Kafka, l’ultimo mistero è nascosto in un frigorifero

Sulle tracce dei leggendari taccuini scomparsi nella Germania nazista: la chiave per trovarli si trova in un appartamento di Tel Aviv abitato da un’anziana signora con un centinaio di gatti

di FABIO SINDICI

L’ultimo processo di Kafka va in scena in questi giorni, nelle aule del tribunale di Tel Aviv, dove sono stati appena riesumati i «resti» letterari dell’inventore dell’angoscia contemporanea. Come in una trama dello scrittore di Praga, in questa storia s’incontrano schiere di avvocati, una casa quasi stregata – abitata da un’anziana signora e da un centinaio di gatti -, lettere nascoste all’interno di un frigorifero, manoscritti sepolti nei caveau di alcune banche svizzere, squadre contrapposte di bibliofili, una cacciatrice di documenti che porta lo stesso cognome dell’ultima compagna dell’autore del Processo. In palio, quel che resta dell’eredità di Franz Kafka; e, forse, la chiave finale per capirne l’opera e la vita, che, per i critici e i biografi, conserva molte zone oscure.

«Siamo da anni sulle tracce di 20 taccuini e 35 lettere, che vennero sequestrati nel 1933 dalla Gestapo nell’appartamento di Dora Diamant. Si tratta delle ultime note scritte da Kafka, prima di morire nel 1924 nel sanatorio di Kierling. Potrebbe essere il suo testamento letterario. Sono le uniche carte che non sono passate al vaglio dell’amico Max Brod» racconta Kathi Diamant, direttrice del Kafka Project, organizzazione con base a San Diego, in California, nata con lo scopo di rintracciare scritti inediti e materiali biografici relativi al grande scrittore. Kathi ha lo stesso cognome della danzatrice Dora, con cui Franz Kafka sognava di emigrare a Gerusalemme e aprire un ristorante, ma non c’è nessuna parentela accertata. Di recente, sono stati ritrovati due diari di Dora, uno a Parigi, il secondo a Berlino. Mentre Kathi ha scoperto alcuni oggetti appartenuti a Kafka, tra cui una spazzola, in un kibbutz in Israele. Niente in confronto al tesoro letterario dei taccuini. Anche in senso economico. Basti pensare che il manoscritto del Processo è stato venduto alla biblioteca tedesca di Marbach per 2 milioni di dollari, nel 1988; e che la casa d’aste berlinese Stargardt il 20 aprile prossimo offrirà le lettere di Franz alla sorella Ottla con una base di 800 mila euro.

Per gli appassionati di Kafka, i taccuini sono una sorta di Santo Graal. Dora Diamant decise di conservarli, mentre distrusse il resto dei fogli riempiti dallo scrittore a Berlino nell’anno che passarono insieme. A differenza di Max Brod, amico ed esecutore testamentario, che non obbedì alla richiesta dello scrittore di bruciare tutte le sue carte, senza leggerle. «Le condizioni di salute, anche mentale, di Kafka non erano buone in quell’anno, ma se Dora ha deciso di salvare i taccuini ci deve essere qualcosa d’importante» dice convinta Kathi Diamant. «Dopo la guerra, Max Brod andò in Germania per recuperare le carte. Ma si trovavano oltre la Cortina di ferro, e gli archivi non permettevano indagini. Oggi si sono aperti degli spiragli. Ci sono buone probabilità che i taccuini siano in Polonia, ma la pista per individuarli è in una serie di lettere che Dora ha scritto a Max Brod e che solo pochissime persone hanno potuto vedere fino ad ora».

È qui che la storia ha una contorsione degna del miglior Kafka. Le lettere in questione fanno parte dell’eredità di Max Brod, contesa dalle sorelle Eva Hoffe e Ruth Wiesler da una parte e dallo Stato d’Israele dall’altra. L’archivio di Brod è il secondo tesoretto kafkiano, che aprirebbe la via al primo, quello dei taccuini. Come è noto, l’amico decise di salvare i romanzi e i racconti di Kafka, e riuscì a portarli in Palestina nel 1939, poco prima che si chiudessero i confini della Cecoslovacchia, occupata dai nazisti; quindi ne sorvegliò la pubblicazione, con la sollecitudine del «guardiano della legge» della celebre parabola contenuta nel Processo. Ma alcune carte scelse di non pubblicarle. Alla sua morte, passarono alla segretaria Esther Hoffe, e quindi alle figlie. È a questo punto, nel 2007, che s’inizia l’estenuante processo.

La Libreria Nazionale di Gerusalemme decide di contestare la donazione dell’archivio alla Hoffe, sulla base della volontà espressa da Brod, che avrebbe voluto il suo archivio in un’istituzione israeliana. Intanto le sorelle avevano disseminato le carte in dieci cassette di sicurezza tra Zurigo e Israele. Altre sono rimaste in un appartamento, in via Spinoza, in una zona residenziale di Tel Aviv, che Eva divide con un numero variabile e considerevole di gatti, e dal quale parla solo con i suoi avvocati. Le poche notizie che trapelano sembrano segreti bisbigliati attraverso serrature chiuse. Ambigue come le misteriose comunicazioni dei signori del Castello all’agrimensore K. «Ho saputo che ci sono fogli nascosti sotto il letto, e che le lettere di Dora a Brod sono stipate nel frigorifero» sostiene Kathi Diamant. La sensazione è che i protagonisti di questa storia si siano adeguati il più possibile per somigliare ai personaggi di un racconto di Kafka. «I manoscritti esercitano uno strano magnetismo» suggerisce la studiosa.

La corte israeliana, la scorsa estate, ha ordinato l’apertura dei caveau e l’inventario dei documenti, inclusi quelli nell’appartamento, tra le grida di dolore di Eva Hoffe. Pochi giorni fa, il team di esperti del tribunale ha pubblicato un primo resoconto del materiale esaminato. Tra gli autografi kafkiani ci sono le bozze del racconto Preparativi di nozze in campagna, frammenti che sembrano inediti, forse le idee per una storia, lettere, un quaderno di esercizi in lingua ebraica. E poi il diario di Brod, mai pubblicato. «Tra gli esperti del tribunale non ci sono veri studiosi di Kafka, in grado di capire cosa sia inedito o se un frammento rimandi a una scoperta» denuncia Kathi Diamant. Non è neppure chiaro se nel rapporto siano compresi anche i documenti dell’appartamento di via Spinoza, tra cui le famose lettere di Dora.

I detective legali cercano prove che avvalorino la tesi della donazione alla due sorelle, o al contrario, della volontà di Brod di lasciare le sue carte allo Stato d’Israele. I segugi letterari esaminano indizi per decifrare i labirinti kafkiani. «Dei tre capolavori di Kafka, Il castello e Americasono incompiuti. E c’è chi sostiene che anche Il processo manchi della conclusione voluta dal suo autore» ribadisce Kathi Diamant. La soluzione si sposta da una carta all’altra, da una banca svizzera a un archivio in Slesia. «La strada per la sentenza è ancora lunga» ha detto uno degli avvocati. «Forse i taccuini sono la risposta finale, oppure contengono solo un altro enigma» dice la Diamant. È singolare, una beffa o una maledizione, che la verità su Kafka voglia sfuggire al suo ultimo processo.

Fonte – La Stampa, 31 Marzo 2011

Leave a Comment